Le filosofie dell’Acropoli (di S. Busacca)

 

LE  FILOSOFIE  DELL'ACROPOLI

Pitagora, Eraclito e Parmenide

 

 

     La nascita e lo sviluppo del pensiero filosofico è contrassegnata dalla crisi del racconto mitologico. Al posto di questo “racconto condiviso” si sostituisce il discorso razionale cioè una serie di affermazioni che rendono comprensibili i processi che si vogliono spiegare.

     Tuttavia proprio le filosofie delle origini mostrano un diverso approccio al “discorso razionale”. Da una parte l'archè, la sostanza dalla quale originano tutte le altre, è materiale, cioè costituita da un elemento che  “diviene” e si trasforma attraverso un movimento in qualche cosa di diverso! Si tratta di filosofie che possiamo definire dell'agorà perché appartengono ai ceti nuovi che occupano la piazza del mercato, gli artigiani ed i commercianti, che devono risolvere problemi pratici, che devono dominare lo spazio ed il tempo determinando entrambe le cose in modo che la realtà sia più gestibile e conosciuta.

     Dall'altro versante si originano delle filosofie che possiamo definire dell'acropoli, della parte alta della città dove stanno i templi delle varie divinità e dove si muovono gli aristocratici ed i curatori delle divinità, i sacerdoti, che interpretano la volontà divina attraverso indizi il cui significato è solo da loro conosciuto. Linguaggio criptico ed allusivo caratterizzano l'interpretazione della volontà divina: l'essenza della realtà è conosciuta solo dalla divinità e da chi è delegato per origine sociale a riconoscere il significato allusivo del messaggio degli dei. Gli altri uomini sono “nella notte” dell'ignoranza e nell'incapacità ad andare oltre i loro sensi e le “opinioni” che sui sensi si fondano. L'opinione non è la verità ed alla verità si giunge solo se conosciamo l'essenza della realtà: tanto più se tale essenza è svelata dagli stessi dei. Filosofia oracolare è stata detta: legata alla forma della parola allusiva che deve essere interpretata.

     Mentre la filosofia dell'agorà adopera un linguaggio che possiamo definire “fisico-descrittivo” perché inizia dall'esperienza e si sofferma sugli oggetti per capirne la necessità di una origine, di un principio che li governa e che ne rende comprensibile la genesi ed i comportamenti, la filosofia dell'acropoli tende ad un linguaggio “essenzialistico”, “logico-geometrico”, che nasce da un disvelamento del principio intimo, essenziale, che governa la realtà.

     Tale differenza insita nelle prime filosofie fu posta in luce da Aristotele. Egli così si esprime: “I principi e gli elementi di cui si servono i filosofi che sono detti Pitagorici sono molto lontani (diversi)  da quelli dei fisiologi (Talete, Anassimandro, Anassimene). La causa di ciò è che essi (i Pitagorici) non hanno considerato i numeri come delle cose sensibili! Gli enti matematici infatti, se si eccettuano quelli che riguardano l'astronomia, sono senza movimento”. Aristotele si rende conto che gli enti numerici per i Pitagorici sono privi di sostanza proprio perché non contengono il movimento, non divengono mai qualche cosa di diverso da se stessi, dalla loro essenza, perché non hanno movimento. Tale condizione caratterizza anche il logos eracliteo quanto la condizione dell'essere parmenideo. Vedremo più avanti il perché.

     Per adesso tratteremo il primo di questi filosofi vale a dire Pitagora.

 

 

 

 

Pitagora

 

     La storiografia non presenta molto bene Pitagora tanto è vero che Eraclito, poco più giovane di Pitagora, ne dice peste e corna: “L'erudizione non insegna ad avere intelletto (intelligenza, acume, creatività) altrimenti lo avrebbe insegnato ad Esiodo e a Pitagora, a Senofane e ad Ecateo”. Ed ancora: “Pitagora, figlio di Mnesarco, coltivò la ricerca più di tutti gli altri uomini e da tali scritti elaborò la propria sapienza: la multiscienza (erudizione)  e l'arte rivolta al male (la politica)”

     Queste frasi sprezzanti ed ironiche di Eraclito ci dicono almeno due cose: per l'aristocratico Eraclito l'erudizione non comporta nessuna capacità di ottenere la sapienza perché solo il saggio possiede l'aretè per la conoscenza sapienzale. Inoltre il saggio non si interessa alla politica perché questa ultima, essendo una tecnica di mediazione, non appartiene all'aristocrazia regia che non considera la mediazione tra interessi contrapposti ma solo la volontà del monarca, dell'uno.

     Anche Aristotele che per primo svolse accurate indagini storico-filosofiche su Pitagora trasse delle conclusioni piuttosto negative su di lui: “Pitagora, figlio di Mnesarco, inizialmente si dedicò alle matematiche e allo studio dei numeri; successivamente si diede a fare miracoli come aveva fatto Feracide”.

     I miracoli di cui parla Aristotele sono piuttosto stravaganti ma la tradizione del pitagorismo li aveva enunciati come  sicuri: Pitagora viene visto da molte persone a Metaponto ed a Crotone con una capacità di bilocazione da fare invidia ai santi più famosi; egli è seduto a teatro ed alzatosi fa vedere ai suoi concittadini che ha una coscia d'oro; egli fugge da Crotone, sottraendosi ad una rivolta popolare, rendendosi invisibile; egli scende nel mondo dell'oltretomba ritornando poi fra i vivi etc…etc…

     Insomma secondo le testimonianze di queste persone vissute relativamente vicino a lui Pitagora appare come un uomo erudito ma non intelligente, cacciaballe per fare impressione sui suoi concittadini, finta divinità, invischiato in modo negativo nelle faccende politiche delle città nelle quali era risieduto con i suoi discepoli.

     Queste leggende su Pitagora sfumano molto la sua credibilità come intellettuale: comunque alcuni specialisti di Storia della filosofia antica affermano che tali leggende sono sorte in seno alla scuola pitagorica in epoca successiva alla morte di Pitagora per accreditarne politicamente il valore delle dottrine.

     Secondo le fonti più accreditate Pitagora nasce nell'isola di Samo nel 572 a.C. da Mnesarco di professione scalpellino. Dopo una lunga serie di viaggi in oriente che, come già sappiamo per Talete etc., caratterizzano le vite di questi primi filosofi,  ritorna   in patria probabilmente intorno al 538. A Samo si era insediato nel frattempo Policrate come tiranno. Bisogna sapere che in Grecia, quando una città si trovava in difficoltà politica, si eleggeva spesso un  “tiranno”: si trattava spesso di individui molto illuminati capaci di guidare rettamente la città. A proposito di Policrate Erodoto testimonia che sotto la sua guida  Samo fioriva nei commerci e nelle opere pubbliche: dunque si era realizzato un sistema sociale armonico e ricco. Fatto è che Pitagora dovette fuggire dalla sua patria accusato di cospirazione. E' congetturabile che Pitagora avesse idee di supremazia sul potere della sua città e che venne in urto con Policrate. Fuggito da Samo si rifugiò nella Magna Grecia  che era poi l'Italia meridionale e precisamente nella città di Crotone. E qui venne accolto, secondo la testimonianza di Porfirio, in modo molto positivo: “Dicearco racconta che come Pitagora giunse in Italia e si stabilì a Crotone i Crotonesi furono così attratti da lui che lo incaricarono di fare ai giovani dei discorsi educativi adatti alla loro età. Egli parlò ai fanciulli…………..e quindi alle donne. Istituì anzi una assemblea delle donne! Per tale motivo aumentò la sua fama  e molti gli divennero amici sia della città sia re e signori della circostante regione abitata da barbari”. Dunque a Crotone viene accolto come un uomo di straordinaria capacità e diventa famoso anche per avere aperto alle donne i rapporti sociali. Nel 520 apre una sua scuola a Crotone e dopo un trentennio di attività nella direzione della scuola morì probabilmente nel 492 a.C.

     E’ opportuno allora specificare subito che la figura di Pitagora è stata enfatizzata a favore della scuola di pensiero da lui fondata. Egli certamente si fece molti nemici perché mischiò la conoscenza logico-geometrica, il suo sistema ontologico, con il dominio politico. Sarebbe comunque troppo lungo  seguire i problemi della scuola pitagorica nelle vicissitudini storico-politiche delle città in cui si insediarono: comunque un brevissimo riassunto potrà rendere l’idea di tale situazione.

     E’ opportuno sottolineare subito che le scuole pitagoriche si chiamavano “confraternite”. A Crotone, dove nacque la prima confraternita pitagorica, giunsero inizialmente trecento e poi fino a seicento discepoli! Giunsero da tutta l’Italia meridionale: dalla Lucania, dalla Puglia, da Roma e anche dalla Sicilia. Alla fondazione della prima confraternita di Crotone seguì la fondazione di molte altre: Sibari, Locri, Reggio, Taormina, Catania, Agrigento e Siracusa. Si trattava di centri autonomi fra loro ma che perseguivano un unico scopo comune: creare un nucleo di individui organizzati secondo regole generali comuni che dovevano indirizzare la politica delle città in cui risiedevano. Una sorta di setta segreta che guidasse la politica delle città nelle quali si insediavano. Potremmo paragonare le confraternite pitagoriche ad associazioni segrete che, dietro la facciata culturale apparentemente innocua, nascondevano il programma di una vera e propria egemonia politica sulla città.

     Tale egemonia mirava, anche attraverso l’uso della forza, ad instaurare  “la dittatura della ragione e della virtù” per tutti gli uomini. E’ questo un punto che comporta una serie di riflessioni piuttosto complesse ed articolate anche perché sia Platone che altri intellettuali di varie epoche provarono a descrivere o a creare stati di tale tipo. Infatti è teoreticamente vero che una struttura sociale organizzata, una collettività o tutto uno stato, se retti da individui colti e preparati in varie branche del sapere, possano essere governati in modo più efficiente e più efficace. Coloro che hanno consapevolezza dei desideri umani e di ciò che spinge ad agire correttamente sono i più indicati a guidare uno stato proprio perché non sono interessati al potere fine  a se stesso o ad essere corrotti. In ogni caso sono abituati all’uso della ragione indipendentemente dai propri particolari interessi e dai pregiudizi. Tali individui danno maggiori garanzie di guidare i processi della politica in modo efficiente ed efficace tenendo in considerazione l’interesse di tutti.  Affidare il potere ad uomini illuminati dalla conoscenza e dalla saggezza è certamente più sicuro che affidarsi all’interesse di una parte o al capriccio di un singolo. Tuttavia si è verificato spesso che oligarchie intellettuali abbiano dominato sugli altri creando degli stati politici retti dal privilegio dei pochi contro l’asservimento dei molti; talvolta degli uguali sono risultati più uguali di tutti gli altri ed hanno adoperato il proprio sapere come uno strumento per dominare gli altri. Anche i Pitagorici caddero in questa condizione perché definirono una oligarchia che doveva imporsi sugli altri e guidarli in cosa fare o non fare. Ciò non è difficile da comprendere se pensiamo che alle scuole, o confraternite pitagoriche, potevano accedere studenti di origine aristocratica o figli di uomini comunque ricchi: si tratta in ogni caso di una oligarchia.

     A Crotone dove Pitagora si era insediato i suoi discepoli dicevano dogmaticamente che “gli esseri viventi dotati di ragione si distinguevano in dei, in uomini ed in esseri come Pitagora” che significava che Pitagora era un essere intermedio fra la divinità e gli uomini: era un essere superiore! Inoltre quando sorgeva qualche questione scientifica essi affermavano “lo ha detto Pitagora!”  Insomma le idee del “capo” erano assolute e non si potevano neppure discutere.

     La confraternita Pitagorica ebbe tanta influenza in Crotone che appena dieci anni dopo il suo insediamento (511-510 a.C.) nella città fu dichiarata guerra alla città di Sibari che venne conquistata. Grandissima fu la ripercussione dell’avvenimento nel mondo greco perché i sibariti possedevano un esercito più numeroso e meglio armato dei crotoniani. Sembra che l’eroe della guerra fu il celebre atleta Milone!(?) Questo successo militare diede grandissima influenza ai Pitagorici! Il partito democratico guidato da un certo Cilone, di origine aristocratica, e dal capo dei popolari Ninone, temendo una dittatura dei Pitagorici, insorse contro la confraternita e attaccò la sede della scuola che era la casa dell’atleta Milone, l’eroe della guerra contro Sibari. La rivolta di Cilone e Ninone (510 a.C.) avrebbe costretto Pitagora a fuggire a Metaponto dove sarebbe morto intorno al 592 a.C. La morte di Pitagora fu tenuta segreta per non svelarne la umanissima mortalità. La rivolta di Cilone e Ninone contro i Pitagorici viene spiegata proprio per il carattere chiuso della setta Pitagorica, per il suo carattere di “confraternita” che mirava ad un potere politico, ad una egemonia vera e propria,  sulla città. Il carattere di setta è evidente dai rituali specifici e particolari degli appartenenti. Racconta infatti Giamblico: “Secondo Apollodoro molte usanze dei Pitagorici irritavano i parenti di questi, come irritavano tutti gli altri cittadini, perché avevano qualche cosa di singolare e di diverso dalle abitudini di tutti”.

     Gli affiliati alle confraternite infatti, in segno di appartenenza, usavano comportamenti rituali fra loro da cui escludevano tutti gli altri, compresi i familiari. Ad esempio si stringevano la mano solo tra loro!  Inoltre avevano i beni economici in comune  escludendo ancora una volta da questa comunanza tutti gli altri. Oltre a questi elementi, come il saluto e la comunanza dei beni, i Pitagorici avevano altre abitudini molto personali, forse di origine igienico – medica, come una passeggiata mattutina tra i boschi ed i templi in assoluta solitudine   “perché pensavano di dovere disporre convenientemente l’animo prima di venire a contatto con altri e tale pace giudicavano opportuna a disporre bene l’animo mentre ritenevano che fosse causa di turbamento l’andare tra la folla appena alzati”. Poi, passeggiando, si incontravano fra loro e discutevano e scambiavano insegnamenti e conoscenze. Dopo si prendevano cura del corpo ungendosi di olio e dedicandosi alla corsa; alcuni di loro facevano esercizi di lotta o usavano i manubri per irrobustire i muscoli del corpo e mantenersi in forma fisica. Successivamente consumavano una abbondante colazione a base di pane e miele: in mattinata non consumavano vino! Potremmo obiettare da un punto di vista nutrizionista che è meglio fare prima colazione e poi effettuare gli esercizi fisici che necessitano di un certo numero di calorie! Ed ancora: “dopo colazione  si prendevano cura degli affari della città sia di quelli che riguardavano i rapporti con le altre città  sia di quelli che riguardavano i forestieri secondo ciò che era stabilito dalle leggi. Essi infatti prendevano ogni decisione politica nelle ore dopo colazione.” Dunque dopo colazione si dedicavano ai problemi politici della città sia di quelli che riguardavano i rapporti “internazionali” che dei problemi degli stranieri. Alla sera riprendevano le passeggiate in compagnia di due, tre compagni: ripassavano le cose discusse la mattina e facevano così esercizi di tecnica mnemonica. Poi si facevano un bagno e andavano alle mense comuni nelle quali facevano pranzo prima del tramonto. Mangiavano focacce di pane, carni cotte e verdure cotte e crude e bevevano vino in modo moderato. Non mangiavano carni di animali ritenuti impuri e dopo il pranzo pomeridiano leggevano. Vestivano con abiti di lino bianco ed anche le coperte del letto erano di lino bianco ed immacolato. Non esercitavano la caccia. Da quanto sembra erano assolutamente vietate le fave (?). Sembra che Pitagora soffrisse di favismo e che avesse pertanto vietato il loro consumo. Si dice che qualcuno di loro seguisse una dieta vegetariana. Queste insieme di consuetudini di comportamento ed alimentari facevano dei pitagorici una setta molto esclusiva nelle abitudini e nel modo di vivere che creava diffidenza presso gli altri cittadini.

     Platone chiama questo modo di vita “pitagorico” contrapponendolo a quello omerico perché fortemente diversificato nelle modalità di vita.

     Vediamo adesso la loro filosofia.

 

 

 

 

Il sistema filosofico dei Pitagorici

 

     Abbiamo intitolato questo capitolo come la filosofia dell’Acropoli perché il pensiero di questi tre autori è differente in modo sostanziale dai filosofi della scuola di Mileto.

     In particolare i Pitagorici non individuarono  una “sostanza” come origine di tutte le altre ma un elemento che, privo di materialità perché senza movimento, rappresenta l’essenza stessa delle cose. Il numero è le cose stesse………”perciò il numero sia sostanza di tutte le cose…..i pitagorici non considerano i numeri separati dalle cose ma dicono che dai numeri sono composte le sostanze percettibili. I numeri infatti compongono l’intero cielo.”

     Dunque i numeri costituiscono le cose, sono le cose stesse, si identificano con queste. Aristotele sottolinierà che per i pitagorici “il numero è la sostanza di tutte le cose” e Filolao che “tutte le cose che si conoscono hanno numero : senza il numero non sarebbe possibile né pensare né conoscere alcunché”.

     Dunque i numeri sono costitutivi delle stesse sostanze e, in modo che verrà ripreso da Parmenide, queste non sono né conoscibili né pensabili senza il numero. Ed ancora Aristotele: “poiché ogni cosa nella natura appariva loro uguale ai numeri e i numeri apparivano fondamento di tutto ciò che vi è nella natura i Pitagorici pensarono che gli elementi dei numeri fossero elementi di tutte le cose che sono e che tutta la realtà fosse armonia e numero”.

     Il ragionamento che fanno è il seguente: tutta la realtà che possiamo osservare è scomponibile in forme geometriche. Ad esempio una stanza di casa nostra è composta da cemento armato, vernici, balconi etc. Ma qualunque parte di questa nostra stanza è riconducibile a forme geometriche: le pareti ad esempio sono dei rettangoli e l’insieme della stanza è un parallelepipedo regolare di forma rettangolare! Nella nostra stanza ci sono dei tavoli, delle sedie, un qualche lampadario etc.: tutto è riconducibile a forme geometriche anche composte come ad esempio su una scrivania rettangolare una sfera di lampada etc. Allora tutta la realtà è composta da forme geometriche, è riducibile a forme geometriche!  Ma le forme geometriche, a loro volta, sono riconducibili a numeri diversi: così ad esempio un triangolo viene identificato dal numero tre(3) perché ha tre lati e tre angoli! Il quadrato o il rettangolo hanno quattro lati e quattro angoli, così anche il pentagono, l’esagono etc. In conclusione la realtà può essere ricondotta a forme geometriche e le forme geometriche hanno a loro fondamento i numeri! Dunque i numeri sono a fondamento della realtà e le loro leggi sono leggi della realtà. Chi conosce tali regole conosce le regole della realtà, l’ordine delle cose e la loro essenza.

     Sembra che i Pitagorici intendessero le forme geometriche anche come forme cristallografiche: ad esempio il numero quattro era rappresentato da una piramide cristallografica con una base triangolare ed un  vertice; il numero cinque da una piramide a base quadrangolare etc.

     In ogni caso questa concezione prende il nome di aritmo geometria per identificare un metodo che tende a ridurre la geometria alla matematica.  E precisamente essi facevano coincidere i numeri con i punti geometrici o con sassolini. Ad esempio distendevano una persona per terra oppure ne disegnavano i contorni su un muro e poi riempivano di sassolini variamente colorati i contorni; quel corpo contava duecentoventi sassolini e pertanto il suo numero era quello! Dunque piena identità tra aspetto fisico e rapporto numerico perché i numeri sono le cose o, ancora meglio, le cose sono numeri.

     Ma anche gli oggetti geometrici sono rappresentabili dai numeri: al punto corrisponde il numero uno; al segmento corrisponde il numero due; al numero tre il triangolo; al quattro il quadrato etc.

     Per i Pitagorici i numeri rappresentavano anche dei significati particolari. Infatti il numero uno era detto parinpari perché sommato ad un numero dispari dà un numero pari e sommato ad un numero pari dà uno dispari (es: 1+1=2  e 1+2=3). La numerologia, cioè l’arte di divinazione fondata sui numeri e sui loro significati etici e religiosi, risale ai Sumeri ed ai Babilonesi ma certamente rilevante fu il contributo che a questa diedero i Pitagorici. Ad esempio il quattro indicava la giustizia ed il numero dieci era ritenuto sacro con il nome di tetractis. Infatti tale numero dieci veniva formato con una triangolo con al vertice il numero uno  e alla base il numero quattro:

 

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     Tale numero composto dal primo numero, dal primo numero pari, dal numero perfetto tre e da quello quattro che rappresenta la giustizia e l’equilibrio, è sacro perché contiene in se tutti i numeri fondamentali. Sulla tetractis i Pitagorici facevano i propri giuramenti sacri.

     Il numero due è pari e può essere diviso: dunque è imperfetto diversamente dai numeri dispari! Essendo divisibile è illimitato ed imperfetto. Il numero tre è il numero perfetto perché è la rappresentazione della prima forma geometrica chiusa, il triangolo, nonché è limitato perché indivisibile. I numeri limitati (dispari) sono perfetti e armonici; mentre quelli pari sono imperfetti e disordinati. Ciò che è limitato determina ordine, perfezione e bene! Ciò che è illimitato è disordine, imperfezione e male.

     Dal momento che il numero è costitutivo della realtà la stessa realtà è armonia ed ordine perché è sorretta dalle leggi razionali dei numeri. La razionalità è armonia di leggi che sono conosciute da chi conosce le regole della matematica.

     Comunque sia i numeri nella loro totalità sono dispari e pari: i dispari, limitati perché non possono dividersi, sono perfetti perché ciò che è perfetto è limitato  e forma una totalità omogenea;  i numeri pari sono divisibili e dunque imperfetti, disomogenei, disordinati! Ebbene anche la realtà presenta coppie di contrari come i numeri pari/dispari. Così avremo l’opposizione tra bene e male, tra limitato (pèras) ed illimitato (apeiron), il maschio e la femmina, l’uno ed il molteplice, la destra e la sinistra, il movimento e la quiete, la retta e la curva, la luce ed il buio, il quadrato ed il rettangolo.

     Queste dieci coppie di contrari costituiscono tutte le cose che hanno realtà e fanno parte del mondo. Si tratta di forzature di carattere religioso che alcuni specialisti di Storia della filosofia antica dicono  non appartenere all’originale pensiero pitagorico ma che si sono aggiunte successivamente quando il pitagorismo entrò in contatto con i motivi religiosi dell’Orfismo. Proprio all’orfismo si deve la teoria della metempsicosi o della reincarnazione dell’anima. Tale concezione afferma che la vita è una sorta di incatenamento dell’anima al corpo che rappresenta un sarcofago; quando il corpo muore l’anima trasmigra in un altro corpo superiore o inferiore a seconda se ha seguito norme morali adeguate oppure no! Se un  individuo ha vissuto male e ha compiuto azioni spregevoli la sua anima si reincarnerà in uno scarafaggio: viceversa si libererà dal corpo! Concezione religiosa e metafisica che non sembra essere del pitagorismo iniziale.

     Per concludere possiamo certamente dire che la scuola Pitagorica ebbe il merito di definire il principio della realtà come un ente sottratto al processo del divenire e che rappresentava l’essenza stessa della realtà, il suo principio costitutivo dell’ordine. Non era una sostanza ma un elemento che garantiva l’ordine, l’essenza, la stabilità e la determinatezza di tutte le cose che sono.

     L’unico vero problema e che se dubitiamo che i numeri siano ordinati e razionali, abbiano in sé un elemento di disordine e tale elemento lo scopriamo, il castello delle certezze viene a franare. I Pitagorici infatti si accorsero che il rapporto tra la diagonale di un quadrato ed il lato determina un numero irrazionale, cioè che non finisce mai! Vi era tra numero ed elemento geometrico una incongruenza, un elemento irrazionale che faceva crollare tutta la certezza della corrispondenza tra numeri e forme geometriche: l’aritmogeometria si fondava su un presupposto irrazionale, non vero. L’ordine della realtà garantito dal numero non era vero!

     Si dice che quando tale scoperta divenne di pubblico dominio il Pitagorismo entrò in crisi non potendo garantire il controllo dell’ordine della realtà attraverso il numero! Tale crisi fu irreversibile e comportò l’estinzione delle confraternite pitagoriche.

 

 

 

ERACLITO

 

     La tradizione vuole che Eraclito, composta la sua opera “Sulla natura”, abbia deposto il libro  nel tempio di Diana in Efeso  avendo l’idea e la speranza che la gente andasse a leggerlo spontaneamente. Questo perché lo stile enigmatico dell’opera male si prestava ad un insegnamento diretto e la struttura linguistica non era fatta per essere compresa da tutti. Questo fece si che Eraclito non ebbe discepoli diretti! Tuttavia, ancora vivo, le sue idee si erano diffuse ed alcuni simpatizzanti lo citavano correntemente. Platone chiamava con una certa ironia costoro come “gli scorrenti” per identificare il nucleo tematico della filosofia di Eraclito.

     In effetti ciò che tutti gli studenti che hanno frequentato un corso di studi liceali associano ad Eraclito è il motivo del “pantarei”, del “tutto scorre”, della realtà che è in un eterno e continuo movimento.  In verità quello della realtà in movimento è l’aspetto più particolare della sua filosofia ma non è l’unico!

     Secondo la tradizione egli era solito piangere spesso perché atterrito dalla stupidità e dalla follia degli uomini. Già questa notazione lo caratterizza nel suo disprezzo verso il popolo ed in particolare verso i suoi concittadini . Egli, a proposito di costoro, così si esprime: “Ben farebbero gli Efesii ad impiccarsi tutti quanti  e a lasciare il dominio della città ai minorenni (impuberi), essi che scacciarono Ermodoro, il migliore tra loro, dicendo: fra noi neppure uno sia il migliore e se lo vuole essere lo sia con altri ed altrove”. Il suo “umore tetro” ed il suo atteggiamento di misantropo trovano una possibile giustificazione nei tempi difficili che attraversavano le colonie greche dell’Asia Minore ed in particolare Efeso dove egli nasce intorno al 536 a. C. da nobile famiglia. Il padre si chiamava Eracione e la famiglia apparteneva alla nobile stirpe di Androclo, figlio legittimo di Codro, fondatore di Efeso. Dunque di stirpe regia e sacerdotale! Le colonie greche dell’Asia Minore furono assoggettate da Dario per una loro rivolta tranne la città di Efeso. In tale città scoppiarono delle rivolte interne che portarono alla cacciata del suo amico Ermodoro e alla supremazia del partito democratico. Tali eventi inasprirono la sua personalità già poco incline ai compromessi della politica  anche perché riteneva gli altri uomini come inferiori, dediti ai piaceri effimeri e animaleschi dei sensi, nonché ignoranti ed incapaci di vedere l’essenza delle cose. Il suo disprezzo per i beni del mondo fu tale che si dice rinunciasse al regno in favore del fratello minore. Il suo testo fondamentale cui abbiamo accennato era scritto in modo veramente difficile tanto da farlo nominare  Eraclito “l’oscuro”. Vedremo realmente questa oscurità leggendo alcuni tra i suoi frammenti e riportando comunque il giudizio di Socrate ripreso da Diogene Laerzio:  “Le cose che ho capito – dice Socrate -  sono degne di ammirazione; credo che lo siano anche quelle che non ho capito perché per queste ci vorrebbe un palombaro di Delio”. Socrate afferma con una punta di evidente ironia che le cose che ha letto di Eraclito sono interessanti ma che per capire quelle che sono poco comprensibili ci vorrebbe l’abilità di uno che scende sotto l’acqua come un palombaro. Narra la legenda che egli si ammalò di idropisia e che pensò di asciugare i liquidi del proprio corpo avvolgendosi nel letame caldo di una stalla. Ma l’espediente medico non funzionò ed egli morì nel 470 a. C.

 

 

 

Il suo pensiero.

     Il pensiero di Eraclito è contraddistinto da quello che abbiamo definito il pensiero logico-geometrico ed essenzialistico ed il linguaggio in cui si esprime è un linguaggio allusivo, metaforico, proprio perché non si rivolge alla consistenza delle cose ma  a principi logici ed essenzialistici.

     Appare opportuno iniziare da quanto già accennato e cioè dall’atteggiamento verso il sapere, la conoscenza, che ha Eraclito. Leggiamo così il frammento che abbiamo citato a proposito dei Pitagorici: “L’erudizione non insegna a pensare secondo ragione altrimenti lo avrebbe insegnato a Esiodo e a Pitagora ma anche a Senofane ed a Ecateo”. Questo giudizio così netto di Eraclito si giustifica pienamente se pensiamo che egli opera una netta distinzione tra sapere inteso come cultura, come somma di conoscenze dalle quali si traggono conclusioni parziali che non colgono la trama essenziale della realtà intesa come totalità, e sapienza intesa come sapere essenziale capace di cogliere l’essenza delle cose! Dunque l’erudizione intesa come insieme di conoscenze non comporta il vero uso della ragione che coglie invece i nessi essenziali della realtà. Egli dirà infatti: “L’intima natura delle cose ama nascondersi” non si coglie con la conoscenza empirica e con l’accumulo delle conoscenze stesse: occorre piuttosto intuirla. E si tratta di una “intuizione” che è solo del saggio che per tradizione appartiene agli aristocratici che hanno contatto con la divinità: “Il signore il cui oracolo è in Delfi non dice e non nasconde: indica” Il signore di Delfi è Apollo che non dà responsi precisi ma indica le possibili soluzioni che devono essere intuite da colui che chiede un vaticinio. La conoscenza sapienziale è quella che intuisce la verità nascosta sotto le apparenze:  essa è vicina alla divinità che non può spiegare direttamente alla creatura umana ma che indica la possibile soluzione. Gli uomini comuni non possono capire a fondo la legge essenziale che governa tutta la realtà perché essi sono come addormentati: “Ma agli altri uomini sfugge quel che fanno da svegli così come non ricordano ciò che fanno dormendo”. La maggiore parte degli esseri umani non ricordano cosa fanno quando dormono e spesso non ricordano neppure i sogni che fanno; allo stesso modo gli uomini comuni non vedono l’essenza della realtà, la trama generale che la governa! “Gli uomini non intendono questa verità eterna né prima di averla ascoltata né dopo averla ascoltata da altri (sapienti,illuminati). Sebbene tutto avvenga secondo tale condizione, che è la legge essenziale del mondo, essi sembrano assolutamente inesperti pur avendo le stesse conoscenze sulle quali io ragiono”. Ancora una volta Eraclito sottolinea la differenza tra se (uomo aristocratico legato alla conoscenza del tempio) e gli altri uomini che “dormono” non riuscendo essi a vedere ciò che Eraclito intuisce della legge essenziale della realtà.

     Vi è dunque un modo di comprendere la legge essenziale che governa la realtà: vedere meglio e più in profondità degli altri. Ma quale è questo principio che governa la realtà e che ne permette la stessa esistenza? Tale principio lo troviamo nel frammento n.10 riportato nella raccolta sui frammenti e testimonianze di Eraclito di R. Walzer (pag.50; Sansoni – Firenze): “Da tutte le cose l’Uno e dall’Uno tutte le cose!” Questa è l’intuizione fondamentale di Eraclito: da un unico principio derivano tutte le cose e tutte le cose coincidono con il principio. Dunque le cose coincidono con il principio e sono diverse. Ed ancora: “ Gli opposti coincidono e dagli elementi discordanti nasce una bellissima armonia” Gli opposti coincidono e formano una legge, un logos, che è ordine ed equilibrio. Infatti: “Bisogna sapere che la guerra (polemos) è comune e che la giustizia è conflitto e che tutto avviene secondo conflitto e necessità”; “Polemos è padre e re di tutte le cose e gli uni rivela dei, gli altri uomini, gli uni fa schiavi e gli altri liberi”.  La guerra, il conflitto sono all’origine di tutte le cose perché senza contrasto nulla avrebbe significato! Infatti: “Il dio è giorno e notte, inverno ed estate, guerra e pace, sazietà e fame. E muta come il fuoco: Quando si mescola ai fumi odorosi prende il nome dall’essenza di ognuno di essi”. “La stessa cosa sono il vivente ed il morto, il desto ed il dormiente, il giovane ed il vecchio: questi mutando si trasformano in quelli e quelli in questi”.  Il logos è una legge intrinsecamente razionale perché vive dell’equilibrio degli opposti: ciò che è vivo diventerà morto, il giovane diventerà vecchio e tutto vive perché esiste l’opposto; come potrebbe esserci il vecchio se non ci fosse il giovane? La discesa se non ci fosse la salita? Il maschile se non ci fosse il femminile! L’essenza della realtà è in questo equilibrio instabile  che si completa continuamente. “L’arco si chiama vita ma ciò che genera è morte”: L’arco quando è in equilibrio è inoffensivo pur essendo in tensione, anzi vive in questa tensione; è un arco perché, quando si rompe tale tensione, scaglia la freccia e porta la morte. Per dare maggiore chiarezza al suo pensiero Eraclito identifica il Logos, la legge essenziale della realtà, con il fuoco che trasforma qualunque cosa: “Scambio reciproco di tutte le cose col fuoco e del fuoco con tutte le cose come delle merci con l’oro e dell’oro con le merci”.  Così come noi scambiamo le merci con l’oro allo stesso modo le cose possono essere scambiate con il fuoco che è principio di trasformazione: nelle cose c’è il principio della trasformazione così come è visibile nell’azione del fuoco.

     Il motivo fondamentale di Eraclito appare dunque la “legge degli opposti in equilibrio” e della realtà retta da questa legge intrinseca ed essenziale: tale realtà è adombrata, nascosta, ai più anche se essa è scorgibile da tutti coloro che osservano con attenzione la realtà senza farsi guidare soltanto dai sensi e dalla soggettività. Motivo questo che verrà ripreso non solo da Parmenide ma anche da Platone  quando spiegherà perché alcuni vedono l’essenza delle idee più chiaramente di altri che restano attaccati alla conoscenza sensibile.

     Altro motivo che ha reso celebre Eraclito, anche se non tutti gli specialisti di Storia della filosofia antica sono convinti che questo motivo appartenga veramente ad Eraclito, è quello del “divenire universale” e dello “scorrere di tutta la realtà”. Leggiamo questi due frammenti: “Acque sempre nuove lambiscono quelli che entrano negli stessi fiumi” “Non si può entrare due volte nello stesso fiume”. Cosa vuole dire Eraclito? Una cosa molto semplice e, nello stesso tempo, piuttosto complessa: il logos, la legge che regola la realtà, è un equilibrio costantemente spezzato. Non esiste vecchio se prima non c’è stato il giovane; non esiste discesa se prima non c’è salita; l’arco vive come tale nella tensione della corda ma la rottura di questo equilibrio genera la morte di qualche cosa etc. Tutto si regge sull’opposizione che è equilibrio: il motivo della guerra (dell’opposizione fra le cose) è l’essenza della realtà! : il giovane diventa vecchio, il giorno trascorre verso la notte, l’inverno verso l’estate etc! Dunque lo “scorrere” è il destino della realtà, il “mutamento” è il fattore che determina l’aspetto della realtà stessa. Tuttavia  “legge” che non muta mai è l’equilibrio tra gli opposti che permette l’esistenza della stessa realtà! La metafora è espressa dalle parole dell’acqua: chiunque entra nelle acque di un fiume viene lambito continuamente dalle nuove acque che scorrono incessantemente e nessuno può entrare due volte nello stesso fiume perché nuove acque continuamente in scorrimento lo lambiscono. E’ questo il famoso “panta rei” tutto scorre, tutto diviene!  Il divenire è la conseguenza della legge dell’equilibrio degli opposti e dei contrari non il senso della realtà: questo è logos, legge di opposti che vivono in un costante equilibrio – squilibrato. Infatti il tema della filosofia Eraclitea  è il tema dell’opposizione, del logos come unità degli opposti!   Lo scorrere delle cose, il loro trasformarsi, è la conseguenza di una realtà la cui legge è un equilibrio instabile, costretto ad evolversi continuamente: “armonia di tensioni contrastanti come nell’arco e nella lira”!

     Una prima conclusione che è subito derivabile dal fatto che i molti uomini non vedono la vera trama della realtà è che  “i dormienti” non si rendono conto che i “sensi” ci ingannano: nella realtà che possiamo percepire esistono molte “permanenze” apparenti!? Infatti se osserviamo un edificio della nostra città possiamo pensare che questo ci sia sempre stato, che rappresenti una costante permanenza. Non parliamo se  prendiamo in considerazione un edificio come le piramidi d’Egitto oppure il Colosseo di Roma! Potremmo pensare che tali edifici ci siano sempre stati e che ci saranno sempre.  Ebbene se proiettiamo tali permanenze al di fuori dei tempi relativamente brevi della nostra vita ci accorgiamo che c’è stato un tempo nel quale quel palazzo familiare della nostra città non c’èra o che le Piramidi non erano state ancora costruite. Non parliamo poi di eventi geologici che avvengono sulla scala dei milioni di anni. Insomma sui tempi lunghi tutto muta e le permanenze che ci testimoniano i nostri sensi non sono vere! Dunque non possiamo credere ad una conoscenza fondata su questi perché ci inganna. Solo fidandoci della ragione possiamo comprendere la vera legge che governa il tutto: il logos che non permette permanenze ma che impone un continuo scorrimento della realtà  per farla esistere. La conoscenza sensibile è dunque falsa e garantisce soltanto l’opinione dei dormienti! Solo il sapere razionale e sapienziale può conoscere la verità.

     La concezione aristocratica di Eraclito la si nota in alcuni frammenti che testimoniano inoltre il pessimismo del nostro filosofo incapace di apprezzare il sapere pratico dei nuovi ceti dell’agorà, artigiani e commercianti. Egli così si esprime: “ (Gli uomini) una volta nati vogliono vivere ed avere destino di morte e lasciano figli perché nuove morti si generino. Quale è infatti la loro mentalità (intelletto) e la loro intelligenza? Ascoltano i cantori popolari e prendono a maestra la folla perché non sanno che i molti non valgono niente e solo i pochi valgono”.

     Le parole di Eraclito trasportate ai nostri tempi suonerebbero più o meno così: le attuali generazioni vivono senza alcuna consapevolezza critica facendo riferimento alle canzonette e ai vari partecipanti delle trasmissioni televisive, seguendo le mode cambianti di quelle persone che influenzano il gusto e le idee della collettività senza avere i requisiti culturali per farlo; o addirittura che presentano idee e valori di vita  inautentiche e superficiali. Insomma le persone di oggi seguono in modo collettivo le idee di coloro che non hanno conoscenza dei veri valori e dei veri significati della vita. Colui il quale vive la sua autonomia non seguendo le mode comuni, vedendo ed essendo consapevole della verità intima ed essenziale della vita, costui è superiore di diecimila volte tutti gli altri anche se rimane sconosciuto ed inascoltato.

     Il singolo ed i pochi hanno valore se possiedono la conoscenza, la sapienza: i molti, solitamente, seguono le mode e le idee degli altri senza averne consapevolezza e non sono capaci di vedere la verità. Egli dirà infatti: “ Uno vale per me diecimila se è il migliore!”

     Concezione aristocratica e sapienziale che esclude la comunità dalla vera conoscenza e la relega ad un insieme indistinto ed amorfo di opinioni senza alcun fondamento e verità che inutilmente cercano il dominio sulla città attraverso la politica e la mediazione.

     Il dominio deve essere di chi conosce e possiede la verità, cioè la sapienza: gli altri debbono farsi da parte!

 

 

 

PARMENIDE


     Parmenide è il più giovane dei tre filosofi che abbiamo detto appartenere al pensiero dell’Acropoli. Secondo la tradizione più accreditata egli nasce ad Elea nel 515a.C. e vi muore nel 440-439 sempre a.C.

     La fonte da cui attingiamo le notizie più sicure su Parmenide è certamente Platone il più grande discepolo non diretto di Parmenide. Dicevamo più “indiretto” nel senso che una certa distanza di decenni separa Platone da Parmenide! Ma è proprio Platone che rappresenta la continuità più evidente sul piano teoretico (della condivisione degli stessi presupposti filosofici) delle idee e del modo di concepire la filosofia da parte di Parmenide. Nel dialogo che Platone dedica al suo maestro culturale egli lo definisce “venerando ed insieme terribile” e giudica le sue dottrine come rivelatrici di una “profondità di pensiero veramente nobile e maestosa che si attua in lucidi e straordinari ragionamenti”   Il pensiero logico-geometrico vuole cogliere la realtà nella sua essenza e non nella sua apparenza, nel suo presupposto essenziale e non nel suo aspetto sensibile,  percettibile con i sensi! Tanto  Pitagora che Eraclito hanno definito l’archè della realtà, il principio di tutte le cose, come un’intima essenza non di natura fisica: il “numero” per un verso ed il “logos”come la legge della stessa trasformazione. Si tratta appunto di principi logici che fanno da fondamento, che governano la realtà facendone parte. Tali principi si deducono attraverso la ragione, attraverso il ragionamento, non attraverso i sensi e l’esperienza. La conclusione comune e che la conoscenza non si fonda sull’esperienza e sulle sensazioni che su questa si basa ma è un procedimento che costringe a spingersi oltre i sensi: occorre la “sapienza” che è qualche cosa che appartiene ai pochi, a coloro che per origine sociale e per tradizione sono in contatto con la divinità stessa. Costoro vedono meglio degli altri, degli artigiani e dei commercianti che occupano l’agorà, che comprendono solo gli scambi tra merci e le cose solide con cui debbono fare i conti quotidiani. Artigiani, commercianti e contadini sono i “dormienti” così come lo spazio dell’agorà è posto in basso, nelle “tenebre”, mentre l’acropoli è in alto dove arriva la luce del sole che rende chiari e distinguibili i contorni delle vere cose, della vera realtà.

     Platone rappresenta il vero discepolo di Parmenide tanto che gli dedica un intero “dialogo”: Il Parmenide! Ma di veramente storico di Parmenide, come dicevamo, abbiamo pochissime notizie.

     Secondo la tradizione Parmenide nasce in Elea da nobile famiglia. Figlio di Pirete fu discepolo di un pitagorico, tale Aminia e poi di Senofane. Ad Aminia Parmenide è legato da una profonda amicizia e stima al punto di dedicargli un tempietto votivo quando questi morì. Sempre secondo la leggenda egli è un uomo ricco che si dedica anche alla politica. Proprio per influenza di Aminia decide di lasciare tutti i suoi impegni pratici per dedicarsi alla riflessione filosofica.

     L’influenza di un filosofo pitagorico, o comunque di un centro di cultura pitagorica, si avverte nella filosofia parmenidea:  nella ricerca di un principio essenziale della realtà e nella riduzione della filosofia al linguaggio della logica che lo esprime.



 

 

Il  suo  pensiero

       La tradizione attribuisce a Parmenide un'unica opera dal titolo “Sulla natura”. Di questa opera,  scritta in versi, restano parecchi frammenti: circa 154 versi sicuramente originali. In verità non si tratta di frammenti ma appunto di versi! Questo comporta una prima notazione: la scrittura ionica di Talete, Anassimandro e Anassimene era molto semplice ed immediata. Parmenide sceglie di scrivere in versi perché si inserisce nell’alveo della cultura eroico-mitologico, omerica ed aristocratica. Tale cultura apparteneva ad un sapere poetico, arcaico, nato nelle corti dei re micenei ed essenzialmente legato alla virtù guerriera. Così come ai nostri giorni si dice che i lettori di poesia siano pochi e molto raffinati come gusti letterari allo stesso modo nell’antichità i lettori di testi poetici erano relativamente pochi e di gusti raffinati! I cittadini normali andavano al teatro e vivevano l’oralità e la gestualità della rappresentazione teatrale fosse questa un dramma oppure una più leggera commedia. Abbiamo già detto in altro luogo che il teatro è il luogo di dibattito dei problemi della polis greca. In esso infatti si discutono i grandi temi dell’esistenza, le forze della passione, il rapporto tra i cittadini, il valore delle leggi umane e divine etc. Dunque Parmenide esegue una cernita preventiva del suo pubblico scegliendo il linguaggio poetico, quello della tradizione, per pochi eletti aristocratici. Nemmeno l’aristocratico Eraclito aveva osato tanto  pur mantenendo uno stile allusivo e metaforico!

     E’ allora evidente che Parmenide non intende rivolgersi a tutti ma solo a coloro che possono capirlo nelle cose molto difficili che vuole enunciare; che vuole rivolgersi a coloro che possono comprendere al di là degli apparenti paradossi della sua logica.

     La sua opera  è divisa in tre parti. La prima parte è un vero e proprio prologo, una vera e propria introduzione al discorso successivo. La seconda parte si intitola “La via della verità” e la terza parte la  “via dell’opinione”. Le due vie sono una opposta all’altra e costituiscono due percorsi diversi ed inconciliabili. La via della verità ci fa scoprire  “L’animo inconcusso della ben rotonda verità” vale a dire il fatto che la verità è una, continua e perfetta. L’altra via ci porta invece a conoscere “le opinioni dei mortali (degli uomini comuni) nelle quali non risiede legittima credibilità”: cioè ci fa scoprire come funziona il pensiero comune che si fonda sui sensi e che porta a congetture variabili e spesso contraddittorie.

     Riportiamo alcune parti di questa opera per esporre in modo compiuto il pensiero di Parmenide.  Dal prologo:

 

   “Le cavalle mi trascinarono fin dove il mio animo voleva giungere

     Dopo che le dee mi portarono sulla via molto famosa

     Che guida l’uomo che ha saggezza per ogni luogo.

     Fui condotto proprio in quel luogo dove mi portarono consapevolmente i saggi

     Corsieri che trascinano il carro e le divinità in veste di fanciulle mi mostrarono

     Il cammino.

     L’asse dei mozzi mandava un suono sibilante ed era tutto infuocato per

     l’attrito nel momento in cui le fanciulle , figlie del sole,  si slanciarono e

     spinsero il carro a briglie sciolte verso la luce

     lasciando le case della notte e togliendosi i veli dalla testa.

     Là è la porta che divide i sentieri della notte e del giorno…………………

     Di cui la Giustizia ha le chiavi che aprono e che chiudono.”

 

     Come è facile notare siamo in presenza di uno stile complesso e fortemente metaforico: ciò che Parmenide vuole dire lo esprime in termini che rimandano ad una interpretazione. Il cammino viene mostrato da divinità in veste di giovani donne: è dei giovani cercare nuove vie e i destrieri rappresentano l’impeto con cui la ricerca del cammino nuovo viene intrapreso. Il percorso che viene seguito è frutto di consapevolezza e non è casuale: la ragione sola può spingere lungo la via della vera scienza e mostrare quale sia il percorso.

     Lo sforzo di tale percorso intellettuale è molto forte tanto che i mozzi del carro che trasporta il filosofo si arroventano; ma le dee figlie del sole spingono i destrieri a tutta forza oltre “le case della notte” e si tolgono i  “veli”, che impediscono una chiara visione, dalla testa: occorre chiarezza di visione razionale per percorrere la strada che porta alla verità oltre i sensi!

     Dunque occorre spogliarsi della guida dei sensi, affidarsi alla pura ragione illuminata dalla divinità, per abbandonare la casa della notte, cioè l’agorà, la piazza del mercato della città, posta in basso rispetto all’acropoli. Infatti l’acropoli, la zona dove sorgevano i templi, era la parte più alta della città mentre l’agorà era posta in basso, alla base delle mura della città. Nella parte bassa della città il sole tramonta prima: ampia metafora del regno dei sensi che non concedono nessuna conoscenza certa ma solo conoscenze parziali e sostanzialmente inesatte.

     Alla fine di questo percorso vi è una massiccia porta che divide le vie dell’opinione e dei sensi da quella della verità, della ragione e dell’indicazione della divinità! La giustizia è la divinità che sorveglia le porte di ingresso perché garantisce l’equilibrio tra tutte le parti e il fatto che chi si introduce in quel regno sia meritevole di ciò.

     Lasciamo ancora la parola a Parmenide:

 

La dea mi accolse benevolmente e mi prese con la mano la mano destra

E mi rivolse le seguenti parole: “O giovane che insieme a  immortali guidatrici

Giungi alla nostra casa con le cavalle che ti portano, salute a te!

Non è un potere maligno quello che ti ha condotto

Per questa via che è solitamente fuori dal normale cammino degli uomini

Me è un divino comando e la divinità della giustizia.

Bisogna infatti  che tu impari a conoscere ogni cosa: sia l’essenza della omogenea verità sia le opinioni dei mortali nelle quali non risiede nessuna legittima verità.

 

     Il passo citato ci introduce in una dimensione oracolare: è una dea che accoglie il giovane e che gli mostra il luogo. Lo avverte subito che è un potere positivo quello che lo ha condotto sulla via della verità, strada che solitamente è fuori dal cammino degli uomini normali. Solo gli eletti possono godere di tale privilegio!

     Il prescelto dalla divinità deve percorrere tutta la via per capire come stanno veramente le cose: deve conoscere la verità nella sua omogeneità, nel suo ordine; ma deve anche conoscere  l’inganno e la sostanziale relatività della conoscenza comune alla quale non ci si può affidare per nessun criterio di certezza. Insomma la saggezza presuppone una esperienza globale della verità ma anche l’inganno della conoscenza comune e sensibile.

     Il prologo, del quale abbiamo riportato qualche piccolo stralcio, è stato oggetto di alcune analisi specialistiche perché sembrerebbe piuttosto fuori dalla logica ferramente geometrica della parte successiva. Il prologo di carattere poetico e mitico sembra quasi appartenere ad un poema di iniziazione orfico o pitagorico: basterebbe citare la porta dell’Inferno dantesco o la porta dell’inferno (Ade) omerico che visita Ulisse! Ma potremmo anche pensare che questa introduzione giovi a Parmenide per sottolineare il fatto che l’uomo che trova “la verità” è fuori dalla normalità ed è prescelto dal dio per eseguire questo percorso che è al di fuori dei normali canali dell’esperienza empirica (sensoriale). La via della verità presuppone l’abbandono dei sensi, della conoscenza comune, quantitativa , percettibile e determinabile per giungere a conclusioni esclusivamente razionali. Si tratta di viaggiare in un universo intellettuale completamente diverso dal mondo dell’esperienza comune! Vediamo concretamente quale è questo mondo della pura ragione che decompone il senso dell’esperienza comune.

     Dirà Parmenide nel suo scritto:

 

Orbene io ti dirò quali uniche vie di ricerca si possono pensare:

l’una che è e che non è possibile che non sia; l’altra che non è

e che è necessario che non sia! Io ti dico che questa ultima è

una via preclusa ad ogni indagine che porti alla verità.

Infatti il non essere non puoi né conoscerlo né esprimerlo: lo stesso

è il pensare e l’essere!  ………………………………………………..

…………………………..E’ necessario che il dire ed il pensare siano essere:

infatti l’essere “è” mentre il nulla “non è”. E su questo ti esorto a riflettere!

     Abbiamo cercato di riportare una traduzione ed una punteggiatura la più vicina ad un testo in lingua italiana in modo da rendere chiaro il significato del testo parmenideo. Questo infatti pone una tematica estremamente innovativa e fuori dai luoghi comuni.

     Secondo Parmenide infatti la via della verità è possibile percorrerla solo in un verso e cioè nell’affermazione che l’essere è! Ma questa determinazione come può essere espressa? Ed ecco la risposta di Parmenide: la stessa cosa sono il pensiero e l’essere! Ma il pensiero è linguaggio! Ecco la vera scoperta di Parmenide ed il suo radicale rinnovamento del pensiero filosofico. L’essere, ed il pensiero che lo specifica, che lo descrive, viene espresso attraverso il linguaggio. Immaginiamo di pensare ad un due in filosofia: rappresenteremo nel nostro pensiero il numero due: ma il numero due è un termine, sia pure matematico, è un’espressione linguistica. Esso rappresenta due oggetti uniti insieme: due alunni somari, due sigarette, due banchi, un voto scarso in filosofia, due fidanzate etc. etc. Le cose non cambiano se pensiamo all’edificio di una scuola o ad una scuola in generale, ad una casa oppure ad una città, ad un’automobile oppure ad una bicicletta: si tratta di immagini alle quali corrisponde una parola; senza la parola che denota l’immagine non avremmo la rappresentazione della cosa e non potremmo evocarla alla mente. Quando pensiamo “pensiamo” attraverso il linguaggio e pensando dobbiamo definire oggetti che hanno una rappresentazione linguistica: questo significa che “ci sono”, che ciò a cui pensiamo  è comunque qualche cosa! Dunque ciò che pensiamo e che diciamo rappresenta qualche cosa: anche se parliamo di asini con le ali noi diciamo di qualche cosa che c’è: un oggetto della nostra fantasia ad esempio.

     Allora e per riepilogare: sotto un profilo razionale noi possiamo dire che l’unico modo per condurre la ricerca della verità è sapere che quando noi pensiamo e parliamo di qualunque cosa, noi affermiamo che questa esiste e che tutto ciò di cui parliamo e che pensiamo è l’essere, cioè qualche cosa che c’è!

     Facciamo una controprova: “provate a pensare e a parlarmi di qualche cosa che non c’è!????????????????????????????????????” Per quanto io stesso mi sia a lungo sforzato non ci sono, in fede, riuscito. Qualcuno potrebbe dire: “sto pensando al nulla, ad un posto vuoto di oggetti! Ebbene un posto vuoto di oggetti non è il nulla: è appunto un posto vuoto, senza oggetti ma comunque è un posto! Non è il nulla: ma qualche cosa vuota, senza oggetti che la occupano. Pensare a qualche cosa significa averne una rappresentazione: se penso al nulla mi rappresenterò qualche cosa privo di……….qualche cosa: ma non riesco a pensare ed a dire di qualche cosa che non c’è!

     Attenzione: poco sopra ho detto “sotto un profilo razionale” o, che dire si voglia, nel linguaggio logico-geometrico. Infatti sotto un profilo empirico, sensoriale, posso dire alla preside che oggi non è venuto “nessun” alunno e che quindi non ho “nessuna” classe! Ed anche: siccome non ho soldi a sufficienza non ho “nessuna” automobile e cammino in bicicletta.

     Insomma dobbiamo subito cominciare a distinguere il piano della razionalità da quello del mondo dell’esperienza empirica, il mondo della luce da quello delle tenebre; il regno delle opinioni senza verità e certezze da quello della luce diffusa dalla presenza della divinità e del sapere certo del tempio.

     Il piano della realtà si contraddistingue da fatti ben determinabili: ad esempio vi è un tempo in cui sono giovane e poi, passando il tempo, divento vecchio e scompaio perché muoio. Ma prima di nascere non  esistevo, non occupavo nessuna parte dello spazio e del tempo. Dunque prima di nascere non c’ero e dopo essere nato invecchio e poi scompaio dalla faccia del mondo. Tale condizione Parmenide la chiama  “il divenire”, il trascorrere delle cose ed il loro fluire dall’essere al non essere o dal non essere all’essere! Cinquanta anni addietro l’edificio che contiene la nostra  scuola non era stato costruito; adesso esiste e ci contiene; tra cento anni potrebbe non esserci più!

     Insomma il discorso è chiaro: per la nostra esperienza sensoriale, empirica, le cose divengono, si trasformano, vanno verso il non essere o addirittura provengono dal non essere.

     Parmenide ha mostrato che per la nostra ragione noi possiamo  “pensare e dire” solo dell’essere, di qualche cosa che esiste, che c’è. E allora come stanno veramente le cose?

     Le conclusioni sono semplici: solo la ragione coglie la verità perché è sorretta dalla divinità; invece i sensi ci ingannano e sono usati da coloro che abitano la parte bassa della città, vale a dire l’agorà, la piazza del mercato, il luogo dove il sole tramonta prima.

     Anche la filosofia di Parmenide, come quella di Eraclito, svaluta i sensi nella loro capacità conoscitiva ed esaltano la ragione. La ragione di cui parlano Eraclito e Parmenide è l’illuminazione del sapere costruito dal tempio e dalla divinità ed è una concezione aristocratica perché nega la capacità ai ceti artigiani dell’agora di determinare una forma di conoscenza capace di guidare la città ed il suo destino.

     Dunque l’essere è una totalità: tutto ciò che esiste e che possiamo pensare e dire costituisce l’essere, vale a dire ciò che è!

    Ed infine: quali sono le condizioni dell’essere!   Lasciamo parlare Parmenide stesso.

 “…….. del fatto che, essendo, è ingenerato ed indistruttibile,

tutto intero, saldo e senza fine.

Non mai era, né sarà, perché è ora tutto insieme, uno,  continuo……..

……………………………… Per questa ragione la Giustizia non gli concesse né di nascere né di perire……………..e non è divisibile, giacché è tutto eguale; Né c’è, da qualche parte, un di più di essere.”

     Dunque l’essere non può né nascere né morire perché dovrebbe nascere da qualche cosa che non c’è: dunque dal non essere. Il che è assurdo. L’essere è allora eterno, fuori dal tempo. Non può avere parti perché allora avrebbe un luogo, sia pure spirituale, dove andare, dove divenire verso qualche cosa di diverso da sé. Dunque è una totalità inscindibile e senza confini che occupa tutto. Dunque è fuori dal tempo e dallo spazio “fisico”. Non è neppure divisibile perché è omogeneo e costante. Insomma l’essere visto dalla ragione è assolutamente diverso dalle cose della realtà. Ma intanto la realtà si presenta nella sua molteplicità, nella sua diversità, nel nascere e nel morire, nell’essere formata da tante cose diverse.

     Come conciliare la ragione logica e l’esperienza molteplice ed in divenire della realtà? Se dice il vero la ragione logico-geometrica noi non solo dormiamo ma proprio sogniamo…………….  Ma se dicono la verità i sensi tutto è riducibile a un non-senso e alla soggettività dell’esperienza. Vi è forse un terzo modo di affrontare il problema del divenire e del cambiamento con quello della permanenza logica dell’essere………………….Lo vedremo nel prossimo capitolo affrontando la filosofia dell’Atomismo………………………………………………………………

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